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Le GAMIN au VELO

Cinema — By Massimo on maggio 28, 2011 at 16:45

 

Guardando questo ragazzetto pedalare sul suo inseparabile velocipede il pensiero scivola, in più momenti, a sequenze leggendarie di Ladri di biciclette, le biciclette di Pechino e addirittura il cane andaluso. Raffinate citazioni autoriali.

Non ha la forza di Rosetta o de La Promesse, de L’enfant o de Le silence de Lorna ma anche l’ultimo lavoro dei Dardenne, Gran Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes, Il ragazzo con la bicicletta … è Cinema puro. Quello per cui il film non è nel contenuto dei dialoghi ma tutto nel significato delle inquadrature, delle sequenze montate, dei dialoghi in quanto fatti e non didascalie. Film maieutici, come direbbe Benvenuti, che nelle menti più ricettive  e meno pigre, suscitano la riflessione su grandi temi sociali. Arte insomma.

La presenza di Jérémie Renier, attore feticcio dei Dardenne (così come Olivier Gourmet, qui assente), conferma il costume dei fratelli belgi di lavorare ogni volta con almeno un attore che abbiano già diretto. Anche solo per una sorta di cameo che rappresenti un legame col loro lavoro passato. E di legami appunto si parla.

Abilissimi come al solito a scavare nell’animo umano, mettendo in risalto le contraddizioni della società e delle sue regole, raccontano la storia di Cyril, ragazzo che non accetta di esser stato abbandonato, e di come egli si muova, si batta e si dimeni nel mondo reale con l’aggressività di un pitbull. Ma non è Cyril il centro di questa pellicola bensì il di lui rapporto con la sua bicicletta.

Il ragazzo, senza voler sentir ragioni, ricerca il padre scomparso e sviluppa un rapporto emotivo e organico con la bicicletta ch’è legame ultimo con quel genitore che gliela regalò e che ora gli rifiuta l’affetto (e infatti il padre, fuggendo, cerca poi di liberarsi della bici, vendendola). Gli rifiuta la compagnia, la semplice presenza di cui solo ha bisogno. Gli rifiuta un qualsivoglia legame

Perché non di playstation ha bisogno ma di sentire qualcuno vicino a sé che lo faccia sentire importante (magari prendendosi cura di quella bicicletta. Dolce ricordo di quel legame).

Il bisogno di qualcuno da cui dipendere e apprendere.

Non di regole imposte autoritariamente ha bisogno quel ragazzo ma di esperienze da condividere, che dandogli l’esempio gli mostrino la validità e il senso della regola. L’importanza di accettare le conseguenze delle proprie azioni. La responsabilità, ch’è tra i temi portanti di questa pellicola.

Crescere, andare avanti, oltre i dolori del distacco.

Si può cercare di conquistare qualcuno con regali o pretenderne rispetto agendo con autorità. Si può desiderare un bambino, si può credere di averne bisogno, ma in fondo se ci si avvicina ad un bambino per un proprio bisogno si parte col piede sbagliato.

Responsabilità, quella che spinge a fare sacrifici; che spinge a dire un no anche a malincuore, se si pensa sia necessario; che spinge a curare gli interessi e il bene di qualcun altro, prima del proprio, perché ci si sente irresistibilmente attratti dall’evidente bisogno insoddisfatto che richiede un intervento.

E ci vuole una gran pazienza, accettare l’iniziale apparente distanza del bambino; la mancanza di quell’affetto viscerale di cui alcuni adottanti hanno bisogno; la mancanza di quel manifestato bisogno di dipendenza che alcuni aspiranti genitori cercano nel bambino, per soddisfare il proprio bisogno di riversare sui figli frustrazioni e aspirazioni e amore…nelle forme talvolta più indesiderate.

I Dardenne raccontano il modo in cui le persone che incontrano il ragazzo, lungo il suo percorso, si relazionano a lui e alla sua bicicletta. I legami. Una vita in cui tanti preferirebbero Cyrill non esistesse e diversi altri lo avvicinano perché vogliono qualcosa da lui e quasi mai qualcosa di buono.

E poi c’è la parrucchiera che non ti aspetti. Che non è sola e non cerca bambini, non è frustrata e vive serenamente la sua vita … finché un bambino che, senza darsi pace, cerca invano il padre … irrompe nella sua vita aggrappandosi a lei come all’unico tronco o il grande masso al centro del fiume nelle cui acque tenta di resistere alla corrente che lo trascina via.

 

Lei ritrova la bici di cui il ragazzo era stato privato … restituendogli la speranza e il simbolo del rapporto perduto, con la persona che ama e di cui ha bisogno, e lui si ritrova attratto da chi quella bicicletta (e quindi quel legame) l’aiuta a proteggere, laddove invece scatena le sue ire contro chi quella bici gliela vuole portar via … perché da quel legame egli non può dipartirsi.

 

Non si può non riflettere sulle problematiche legate all’affido e all’adozione, che si voglia pensare a famiglie, coppie, single, etero o gay …

L’adozione come un figlio proprio, è il più grande atto di liberalità. Un gesto che richiede grande responsabilità. Non è l’adottante a scegliere, egli non viene selezionato. Egli viene trovato … dal bambino che sente di averne bisogno. Perché è il bambino che ha un bisogno preminente da soddisfare (anche solo quello di cercare chi l’ha abbandonato, cercare un oggetto perduto o sfogare la sua aggressività in attesa di trovare la sua pace).

Il bambino sceglie colui da cui ha bisogno di essere adottato. Il bambino vive il suo universo che ha bisogno di sintonizzarsi con l’universo di chi lo accoglie.

E’ il bambino che ha bisogno di essere adottato…perché se invece lo s’intende come un reciproco bisogno, come un dare ed avere, si rischia di andare incontro a momenti in cui il genitore pretenderà qualcosa dal bambino che solo quando è il momento, e se lo vorrà, questo potrà decidere di dare. E magari non perché se ne senta obbligato ma per il piacere di farlo.

 

Massimo Murru

 

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6 commenti

  1. valentina scrive:

    bel film. e belle riflessioni sull’adozione. Che però si scontrano con una dura realtà. L’adozione – dice Massimo – (così come la filiazione in generale, aggiungerei) è (o dovrebbe essere) un atto di liberalità.
    Ma questo garantisce forse il bambino contro possibili delusioni, o addirittura abusi?
    In ogni scelta, fatta o subita, egoista o altruista, c’è un chè di insondabile e ingiudicabile, per l’eterogenesi dei fini e l’impossibilità di conoscerne per intero le conseguenze…
    Un atto compiuto per il proprio esclusivo piacere e/o interesse può portare benefici anche a chi lo subisce, così come un atto compiuto con la massima liberalità può rivelarsi del tutto nefasto…
    Applicato all’adozione (e alla filiazione) questo significa che non è possibile predeterminare per categorie generali (etero o gay, coppia o single, giovane o anziano) chi possa diventare un buon genitore, nemmeno quando a ciò sia mosso dal più puro spirito di liberalità…
    nemmeno quando è il bambino a scegliere, come nel film. Il chè, comunque, non sempre può avvenire, perchè presuppone che si tratti di un bambino da una certa età in su, con quel minimo di esperienza alle spalle che gli permetta di discernere (anche se non sempre per il meglio) cosa o chi possa renderlo felice.

  2. Massimo scrive:

    E quindi?
    Questa adozione … come la organizziamo?

  3. valentina scrive:

    beh, non ho una ricetta pronta, ma penso che andrebbero eliminati molti dei vincoli attualmente esistenti: la capacità genitoriale va valutata caso per caso, indipendentemente da limiti di età, tendenze sessuali, e quant’altro. Inoltre ogni persona (o coppia di persone) andrebbe valutata in relazione a ciò che già si conosce del bambino e non in base a parametri assoluti validi per tutti. Molta discrezionalità dovrebbe quindi essere attribuita ai servizi sociali e al giudice.

  4. Massimo scrive:

    In teoria, per le coppie etero, già sarebbe così…
    chissà che le cose non cambino.
    Ma poi…è davvero auspicabile che cambino?
    Il recente film “i ragazzi stanno bene” (titolo eloquente) mostra anche un caso curioso di una coppia di lesbiche che si procura il seme per figliare e alleva così due bravi ragazzi.
    Ma davvero, in ogni caso, un single o un coppia lgbt può far bene allo sviluppo del bambino?
    E una coppia etero gli fa bene?
    Davvero, anche selezionando caso per caso, sarebbe possibile trovare chi può fare il bene del bambino?

    E io che ne so…
    Però forse il caso …

  5. Anonimo scrive:

    limitare la possibilità di adozione alle coppie etero è già di per sè un limite che non fa bene al bambino, perchè diminuisce le sue possibilità di scelta. I single o le coppie lgbt non sono nè meglio nè peggio delle coppie etero, ma proprio per questo andrebbero messi sullo stesso piano, senza pregiudizi. Nessuno ha la sfera di cristallo per sapere cosa farà bene o male a quel bambino, sia che venga adottato da un single (etero o gay) sia che venga adottato da una coppia (etero o gay). D’altronde, ci sono figli naturali ben più sfortunati di tanti figli adottivi, che nascono in famiglie che non li vogliono e non li amano, che magari ne abusano, e quando si interviene è già troppo tardi. Questo solo per dire che non esistono valutazioni a priori che ci possano garantire che questo o quel bambino sarà o meno felice. Dobbiamo prendere atto che qualunque scelta facciamo ci sono sempre dei rischi che non possono essere previsti e/o eliminati. Allora meglio ampliare le chances di adozione, ma tenendo sempre presente che nella valutazione dei futuri genitori adottivi ciò che conta non è il loro diritto ad avere un figlio, ma il diritto del bambino ad essere amato.

  6. Massimo scrive:

    Caro Anonimo,
    sono abbastanza d’accordo con te, considerando che l’ho scritto nell’articolo…
    però talvolta i dubbi sono duri a morire

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