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CAVALIERI DEL LAVORO

ATTUALITA', Politica — By Massimo on dicembre 15, 2012 at 19:30

 

Spread dimezzato,  semplificando, non è la decapitazione del nipotino di Monti ma significa che la fiducia sulla serietà di Supermario è tanta che per finanziare ancora il nostro debito pubblico (e quindi la nostra propensione a vivere al di sopra delle nostre possibilità) la BCE e i mercati ci dispensano euro a “metà prezzo” rispetto al passato. Ovverosia si dimezza il valore degli interessi che ci pretendono (anche in realtà si dimezza solo il differenziale in rapporto ai tassi d’interesse sul debito tedesco), interessi che, naturalmente, vanno ad aggiungersi al debito. Così abbiamo denari freschi e possiamo continuare a pagare pensioni e ospedali e scuole ma soprattutto le mazzette alle mafie, i costi della politica e della burocrazia. Oltre a, naturalmente, lecca lecca, merendine, pasticcini e cappuccini, cartucce da caccia, aperitivi, bibite energizzanti, patatine, videopoker, lampade abbronzanti, cene, fuoristrada per l’emergenza neve, notti in albergo, mignotte e via dicendo.

Monti ha dato la sua parola che Il Sistema Italia saprà fare sacrifici e smetterà di spendere più soldi di quanti non riesca a guadagnarne (a dichiararne, diciamo). A Monti, i mercati hanno creduto. E dei mercati abbiamo bisogno se vogliamo rimanere un Paese occidentale. Se e solo se. Qualora invece crediamo che, per vivere bene, possiamo fare a meno dei soldi, allora chi se ne frega dello spread, dei Mercati e di Monti.

Ma fintanto che continuiamo ad usare il vil denaro, è sufficiente che i mercati possano anche solo immaginare un Silvio che si candida ancora alle elezioni … per far schizzare lo spread alle stelle.

Va bene, portiamo pazienza, lo spread magari è tutta un’invenzione per affidare il governo dei Paesi al gruppo Bilderberg, e Casaleggio e la controinformazione sono le uniche fonti attendibili di verità. Può darsi, ma può anche darsi che le elezioni non le vinca un Monti group (ammesso che si candidi a premier) e che invece le vinca Bersani o, se proprio ci dice male, Grillo (i comici si sa, agli italiani piacciono). Può anche darsi che gli avversari che acclamano Monti candidato, vogliano solo delegittimarlo con un voto popolare sfavorevole. Come dire, non che Monti sia molto amato dalla maggioranza degli italiani. Che poi la maggioranza degli italiani non ci abbia mai capito un cazzo di politica e abbia la tendenza a farsi manipolare, questo è altro discorso.

Bersani dunque, non il cantante ma PierLuigi, nato a Bettola nello stesso giorno in cui nasceva Silvio. La notizia si diffonde e sarà per superstizione o perché lo conoscono ma ai Mercati pure Bersani pare non vada tanto a genio. Questa cosa che, a differenza di Renzi, non abbia un programma dettagliato e verificabile (di cui poi chiedergli conto) ma un coacervo di slogan alla Silvio, fa piacere alla povera gente che ha bisogno della bonaria serenità di questo allegro buontempone quanto aveva bisogno di Prodi. Farà pure piacere alla gente ma non piace a chi debba prestarci soldi sapendo che molto probabilmente non li rivedrà. Come dargli torto. PierLuigi da Bettola, dalla pompa con cui ha riempito il tacchino, è stato chiaro: il lavoro e l’equità al centro del nostro impegno. La salute e il rispetto prima di ogni altra cosa. L’istruzione e l’onestà non sono in discussione. La botte piena e la moglie ubriaca. La folla acclama e la Lira…s’impenna. Ma oggi c’è l’Euro e non basta dire due cazzate.

Come farà? Agli italiani non importa. Siamo abituati a fidarci dei venditori di fumo. Siamo abituati a smog e nebbia e poi un po’ di fumo non ha mai fatto male a nessuno.

Dunque, il lavoro al primo posto. Già. Oggi, secondo l’ISTAT, in Italia ci sono 2 milioni e 870 mila persone in cerca di lavoro. Il dato peggiore dal 1999. L’11,1%  della popolazione attiva non trova chi voglia pagarlo per lavorare. Considerando 100 persone tra lavoratori e disperati in cerca di un lavoro, 11 non trovano chi sia disposto ad assumerli. Il dato è drammatico se pensiamo a 11 famiglie senza un percettore di reddito. Certo, bisogna considerare quelli che lavorano in nero ma anche quelli che hanno smesso di cercare un lavoro perché scoraggiati; quelli che non studiano e non lavorano. Bisogna considerare che nonostante le riforme alla Legge Biagi, riforme che avrebbero dovuto limitare il precariato, i dati ISTAT dicono che le assunzioni a tempo indeterminato sono in calo del 2,7% mentre aumentano i part time e le assunzioni a tempo determinato (+3,5%).

Bisogna poi considerare quanti accettano lavori sottopagati e in condizioni di sfruttamento; bisogna considerare che se il 30% degli italiani maggiorenni e sposati è tornata a vivere coi genitori ed ha smesso di cercare un lavoro, più di un nucleo familiare dipende dal posto di lavoro o dalla pensione di una sola persona. Bisogna considerare pure chi di lavorare proprio non ha voglia anche se finge di cercare un’occupazione.

Tutto bisogna considerare. Compreso che aumenta il tasso di disoccupazione femminile ma non perché ci siano stati licenziamenti quanto perché aumentano le donne che cercano lavoro rispetto al passato.

Ma i’ggiovani?

Non si può fingere che le cose vadano bene, però trovo ridicolo che i Media sparino regolarmente il dato sul tasso di disoccupazione c.d. giovanile, ovverosia nella fascia tra i 15 e i 24 anni. Quelli che in Italia, considerata la gerontocrazia imperante, debbono considerarsi poco più che bambini. Ora, ci sono 639 mila ragazzi che cercano un lavoro senza riuscire a trovarlo. Non sono pochi e c’è da chiedersi quanti, tra questi, studino e abbiano bisogno di lavorare per sostenersi; quanti non si possano permettere di studiare neanche lavorando e debbono cercare un reddito per aiutare la propria famiglia (o perché debbono pagarsi  fumo e i viaggi); quanti vivono coi propri genitori e possono permettersi il lusso di non lavorare o di essere Choosy, come amano dire gli amici inglesi della ministra Fornero, quanti cioè non lavorano perché aspettano il lavoro dei sogni.

Ecco, trovo grave che i Media, per far apparire un dato più grave di quanto in realtà già non sia, strillino un tasso di disoccupazione relativo a questa fascia. Cioè, non ci si scandalizza che aumenti il numero dei ragazzi che anziché potersi concentrare sullo propria formazione e nello studio, debba invece cercare un lavoro a prescindere dalla ragione per cui lo cerca. Si vuole che gli italiani restino sgomenti se 639 mila ragazzi tra i 15 e i 24 anni non trovano lavorano a fronte di 1 milione e 111 mila 685 coetanei che invece lavorano.

Non è più grave che quasi 3 milioni di over 25 siano disperati senza lavoro? Non è più grave che questi 639 mila non possano pensare a studiare anziché doversi o volersi cercare un lavoro? Certo ma un 36% in prima pagina vende più copie di un insignificante 11,1%.

Ognuno avrà la propria opinione in proposito.

In ogni caso, non si può non considerare che a fronte di questi 639mila e di quei 2,87 milioni, comunque la si pensi, ci sono almeno 65mila professionalità (non stagionali) regolarmente richieste dalle imprese italiane che non trovano un’offerta adeguata. Ovverosia, circa il 10% dei disoccupati in età giovanile potrebbe trovare un lavoro che è disponibile ma questo non avviene. Perché?

D’accordo, ci sono datori di lavoro che pretendono di trovare ragazzini che siano anche lavoratori esperti con mille competenze per offrir loro uno stage retribuito da fame, quando pure retribuito. Certo che in questi casi il problema è congenito ma la stragrande maggioranza dei casi di cui sopra riguarda invece annunci di lavoro equi e in molti casi anche molto ben retribuiti, perché questi lavori non vengono aggrediti da chi cerca lavoro? Perché non piovono candidature?

Si tratta di professionalità proprie dell’ingegneria, della programmazione informatica, progettisti meccanici, saldatori, mozzi di marina mercantile, ma anche un’infinità di venditori per non parlare poi dei lavori stagionali che normalmente sono accaparrati dagli extracomunitari e che invece, nella tradizione italiana,  erano storicamente occupati da donne e giovani.

Visto il periodo di crisi, le donne, sempre le migliori, hanno messo da parte i loro meritati titoli di studio e, per quanto triste, hanno ricominciato a cercare lavori con meno pretese, anche economiche, entrando in competizione con le donne dell’est. Badanti, pulitrici di scale, sarte, lavandaie, addirittura commesse presso negozi di cinesi.

E i giovani? I giovani evidentemente hanno altre necessità, magari una play station o una birra in compagnia.

Ma quali responsabilità ha la formazione nei confronti di questi giovani? Perché questi non hanno le professionalità richieste o hanno una mentalità che mal si concilia con la competizione sul mercato del lavoro in Italia?

Basta dare un’occhiata alle newsletter quotidiane rivolte a chi cerca lavoro e ai giovani in particolare, basta camminare per strada e guardare le affissioni sui cartelli o all’uscita della metropolitana; basta sfogliare un quotidiano o una rivista rivolta al target cui ci riferiamo. Ogni giorno si scorgono offerte di corsi specializzanti e nuove facoltà e master universitari che “garantiscono” stage eclatanti e lavoro al termine del percorso di studio.

Ora, a tacere del fatto che stage e lavoro siano tutt’altro che realisticamente garantiti; a tacere della inadeguatezza e mancanza di competenze in coloro che si ergono a insegnanti o dispensatori di cotanta formazione; ci sarebbe da concentrarsi su quali siano gli ambiti oggetto d’insegnamento.

Bé, si direbbe, gli annunci di lavoro indicano chiaramente di quali figure professionali ha bisogno il mercato, verrà di conseguenza che saranno corsi per programmatori informatici, venditori, saldatori etc etc. E in effetti tra i corsi specializzanti si trovano anche questi. Con pochi iscritti e ancora meno frequentanti. Il vero must invece, sono i corsi in Marketing e Comunicazione, corsi di lingua, corsi per fotografi, per operatori del cinema e della televisione, per pubblicitari, per addetti ufficio stampa, per tecnici e professionisti dello spettacolo. Boom di iscrizioni ovviamente e boom di quattrini per chi li organizza. In parte provenienti dagli speranzosi iscritti e in molta più grossa parte dalle istituzioni come Regioni e Comunità europea. Servono a qualcosa questi corsi? Sono ricercate queste professionalità? No. In questi settori c’è più traffico che tra medici e avvocati, anche perché sono molti quelli che credono basti il talento per cimentarvisi e poi finiscono a proporsi come docenti di corsi inutili sulle stesse materie che non solo non sanno insegnare ma nelle quali hanno dimostrato di non essere professionisti all’altezza.

Ma allora perché li organizzano?  Perché i ragazzi vi si iscrivono?  Perché li finanziano?

I ragazzi, sono attratti più dalle luci della ribalta e dal successo mediatico e dal miraggio di una vita professionale creativa e artistica più che da lavori, talvolta anche più remunerativi, in cui invece c’è da faticare, con costanza e perseveranza, con pazienza e con metodo, con attenzione e responsabilità. Tutti sognano di essere la star sul palco, per mettere in piedi il quale servono centinaia di tecnici che sono sempre più difficili da trovare. Tutti vogliono fare gli attori, i registi, ancora ancora i sarti e i truccatori ma gli elettricisti, i falegnami, i fabbri, i macchinisti, i fonici…

Ma non solo spettacolo. I giovani delfini delle classi emergenti non disdegnano di sognarsi grandi manager d’azienda per cui pensano basti un MBA… e magari credono che esista un luogo in cui si contano interminabili code d’illuminati talent scout che non vedono l’ora di affidare la propria azienda (tirata su in decenni di sacrifici) a un saputello in cravatta e ventiquattrore che non ha mai lavorato se non come cameriere occasionale in un bar a servire drink notturni con ombrellini colorati.

Tanti sono i professionisti incapaci che, non trovando un modo di sbarcare il lunario con la professionalità che credono di avere, finiscono per insegnarla in cambio di profumati onorari che, nel vero mercato del lavoro, nessuno gli ha mai ha pagato ne gli pagherebbe.

Questi corsi li organizzano perché ci sono tanti allocchi che vi s’iscrivono e tanti incapaci ex allocchi che hanno bisogno di soldi pubblici per campare. Ma chi li organizza? Altri truffatori che passano il tempo a scovare e studiare i tanti bandi istituzionali per poi trovare le parole adatte a farsi finanziare progetti senza capo ne coda. Quindi la responsabilità della situazione va cercata anche in chi finanzia ma soprattutto in chi controlla sull’utilizzo dei finanziamenti. Infatti le istituzioni, quasi sempre in buona fede, mettono a disposizione fondi per consentire a tutti di costruirsi una professionalità che, sulla carta dei progetti presentati dai truffatori di cui sopra, possa dar modo di trovare un lavoro o molto più spesso di avviarne uno per conto proprio (cosa che non viene detta con trasparenza a coloro che pagano per partecipare ai corsi).

Il punto debole della filiera in questa  grande rapina di denaro e sogni pubblici è da ricercare nei deputati controllare ed accertare che i progetti finanziati abbiano prodotto i risultati dichiarati in progetto. Perché, laddove fosse verificato che il progetto formativo ha fallito, e individuatane la causa, a quel tipo di progetto dovrebbe essere impedita una reiterazione. Agli organizzatori di un corso che non ha prodotto l’occupazione millantata in progetto, dovrebbe essere impedito di presentare altri progetti e altrettanta severità dovrebbe usarsi nei confronti di coloro che quei progetti e organizzatori hanno valutato positivamente al momento del finanziamento.

Poi però, vai a vedere bene e ti rendi conto che anche chi valuta e chi controlla, in realtà non ha le opportune competenze o ricopre quell’incarico per gentile concessione di qualcuno che gli impone di finanziare il progetto di un amico e non controllarne i risultati ottenuti. Che ci guadagni ad essere onesto? Nulla, ti pagano uguale e anzi continuano a pagarti. Quindi … ecco perché l’Italia non uscirà mai dalla continua discesa che sta percorrendo verso l’ignoranza, lo spreco di risorse, la corruzione e la mancanza di occupazione. E tutti a farsi bella le bocca con citazioni costituzionali secondo cui il lavoro (ovverosia la possibilità di lavorare e non un posto di lavoro) sarebbe un diritto. Semmai, con riferimento alla Costituzione, ci si dovrebbe scandalizzare che in Italia sia tanto complicato avviare un’attivita autonoma. Il diritto al lavoro invece, viene percepito come un diritto che qualcuno, chissà perché, chissà per come dovrebbe ossequiare, remunerando l’altrui incapacità di essere utili e produttivi. Un diritto che, a legger bene la Costituzione, non è solo un diritto ma soprattutto un dovere.

 

Costituzione della Repubblica italiana

Art. 4 comma 2

“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Massimo Murru

ON AIR – CHIACCHIERE SU PRIMARIE E LAVORO 

 

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1 commento

  1. taccuinodiwatson scrive:

    Tra ottobre e dicembre del 2009 sono stati sospesi gli accreditamenti per quattro agenzie. Come il Cefop, il centro europeo per la formazione ed orientamento professionale, che era stato ammesso a finanziamenti per 4,2 milioni di euro per corsi come “operatore audiovisivo” e “animatore di villaggi turistici”. “Ora – spiega l’assessore regionale Alba Sasso – rivedremo tutti i criteri per l’accreditamento e cercheremo di recuperare i debiti, per decine di milioni di euro, che gli enti hanno accumulato verso la Regione”. [...] leggi il resto al link che segue…

    http://www.repubblica.it/cronaca/2010/08/20/news/tangenti_truffe_poco_lavoro_la_formazione_una_fabbrica_di_precari-6385604/

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