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ELECTION TIME

Cronaca, Politica — By Massimo on novembre 5, 2012 at 11:40

 

Ah sì. Quanto ci piace votare. Votiamo su qualunque cosa. Votiamo con un “mi piace” su facebook; con un “retweet”; con un sms mentre guardiamo un programma alla tv; e spesso senza neanche renderci conto di cosa stiamo facendo. Quasi ipnotizzati. Un po’ come al seggio d’altra parte.

E come ci ricorda anche sora Michelle, non importa per chi voterai ma il tuo voto conta. Infatti se votasse solo il 30 % degli aventi diritto, il 100% dei cittadini di un Paese verrebbe rappresentato da individui scelti da quelli. Voi vi fidereste di una simile Assemblea? Meglio dare il proprio contributo, anche sbagliando. Per questo è doveroso votare. Orsù! Alza il dito e vota, alza il culo e vai votare. Attenzione solo a non mischiare le cose. E a proposito di voto e della stimata Michelle Obama non si può non guardare all’imminente elezione del presidente degli Stati Uniti d’America.

Grandi elettori, lobbies, povera gente in coda per dare il proprio contributo. Tra l’altro, negli USA i partiti e le loro campagne son sostenute da donazioni, che poi queste siano composte dai pochi cents di un operaio o dai milioni dei produttori di petrolio, armi e tabacco è parte del gioco. Obama chiede il voto che lo confermi alla casa bianca, Romney chiede il voto che mandi a casa il primo. Facile facile. Il primo scende dall’air force one, coprendo la proverbiale camicia con un jacket d’aviatore dell’Arkansas, e raggiunge sorridente il palchetto a passo di corsa. Due battute e via. Altrove, Romney cerca di recuperare qualche voto giovane indossando un paio di jeans prodotti in Ohio. Poi però apre bocca, racconta un paio di bugie facilmente smentibili e continua ad affossarsi da solo. Un genio che manco le poltrone di Eastwood possono aiutare a sedersi nello studio ovale. Non gli è bastato nemmeno l’aiuto di Sandy. Un caso disperato. Pollice verso e abbronzato confermato.

Ecco, Romney è uno che si troverebbe benissimo in Italia, dove non conta quello che fai ma quello che dici. E più le cazzate sono eclatanti più ti si nota e più ti si vota. Algoritmo semplice. Infatti, nella terra dei cachi, perfino il semi-anal-fabeta DiPietro, pur rubando e predicando da moralista ipocrita, può trovare un despota populista che lo sostiene come prossimo presidente della Repubblica. Un modo come un altro per soffiargli i voti senza che quello se ne accorga.

Da noi, in Italia, il misurato Monti cerca di far quadrare i conti secondo il mandato di un vero Presidente della Repubblica, uno che ha fatto la Resistenza, uno che piuttosto che mandare il Paese alle elezioni con le regole del Porcellum sarebbe giustamente capace di spostare indietro le lancette degli orologi. Ma più di tanto anche il buon Napolitano non potrà fare e, in attesa che tra qualche mese si vada anche noi a scegliere nuovi ladri ruffiani incapaci e scansafatiche da far sedere in Parlamento, intanto ci godiamo lo spettacolo delle nostre cosiddette primarie.

Che poi, Primarie. Ma de che? Già il concetto è una presa in giro per gli elettori (così come per i rimborsi elettorali, la gestione dell’acqua, etc). Costituzione alla mano, il presidente del Consiglio lo sceglie il capo dello Stato a seguito di consultazioni tra i rappresentanti degli eletti. E abbiamo voglia noi di giocare con le figurine dei candidati papabili. Il Monòpoli della prossima tornata elettorale vede già un buon numero di concorrenti fermi in prigione senza passare dal Via. Altri li seguiranno presto. Uno però l’ha sfangata già alla prima estrazione, che questo è il nome giusto da dare alle sentenze in Italia.

Si vanno delineando le strategie di posizionamento e le lotte intestine ma di programmi veri e nuovi se ne sente poco. I più rumorosi stanno sul prato del PD. Bersani, sostenuto da D’Alema e dal resto dell’establishment, studia da Prodi e imita Crozza che gli fa il verso. PierLuigi non sa cantare come Samuele e allora rilascia interviste dal suo primo posto di lavoro. Una fabbrica? Un campo di pomodori? No, la pompa di benzina del suo villaggio natale: Bettola. Un nome ch’è tutto un programma. Quello stesso programma di cui il rottamatore Renzi è accusato d’esser privo. Che poi sarebbe vero il contrario in quanto è dal Big Bang della Leopolda che Renzi, assistito dal berlusconiano Gori, ha messo online i cento punti di un programma da discutere. A partire dalla legge contro il conflitto d’interessi, prima cosa che dichiara di voler fare. Deja vu. Semmai, a non parlare di cosa abbiano da proporre sono i culi già comodi sulle poltrone che contano. Così è il bel paese. Basta spararle grosse, irridere gli avversari e cambiare le regole del gioco. Terzo incomodo in queste primarie c’è un messer Vendola  che, nonostante la violazione delle regole sui concorsi e sulla sanità, per un pelo giudiziario non si vede costretto a rispettare quanto promette. Poi uno dovrebbe chiedersi che senso possa avere far la corte a Casini, insieme al quale il PD s’è presentato alla recenti elezioni regionali siciliane (vinte), se poi alle primarie nazionali partecipa un Vendola che ha già ripetutamente dichiarato di non ammettere alleanze con l’UDC. Amore peraltro reciproco. Veltroni, l’ultimo coraggioso a presentarsi alle elezioni senza fare apparentamenti, annuncia per l’ennesima volta l’abbandono della competizione politica ma, aggiunge, non dell’impegno politico(?). Chi vuole intendere …

Intorno al centrosinistra orbitano i satelliti populisti, come l’IDV di DiPietro, confuso dal continuo riposizionarsi sul mercato elettorale e appena messo alla berlina per il suo acume negli affari immobiliari nonché per la gestione familiare del bilancio di partito; come il Mov5stelle di Beppe Grillo & Casaleggio srl, che rastrella consensi tra gl’indecisi e i disillusi (sostenitori idv compresi) nuotando nello stretto orfano del ponte, scalando vulcani e bacchettando i seguaci/subalterni non si adeguano ai diktat. E mi sovviene quel romagnolo socialista che volea marciar sulla capitale per liberare dai partiti la terra degli ITALIANI. Un partito solo e in Movimento, gli bastava.

Al centro poca roba. Casini, che può spostare l’ago della bilancia, si promette agli uni e agli altri purché restino fermi tre punti e nulla più: Monti sostituisce la colomba nella santa triade e deve rimanere a capo del governo anche contro la sua volontà; il Quoziente familiare s’ha da fare; e se ci scappa qualche appalto per il suocero Caltagirone bè, non sarà che una buona cosa. Rutelli cerca di spendere quanto Lusi gli ha messo da parte e il FLI di Fini naufraga tra le immersioni a Santa Lucia e le monegasche notti di passione con la mantide Elisabetta Tulliani.

Dall’altra parte della corda i problemi non sono di meno. La Lega è riuscita a liberarsi della famiglia Bossi e del magico HoolaHop, grazie al disvelamento di un business di titoli di studio, diamanti e collusione con la Ndrangheta. Maroni e i suoi, Tosi e Salvini su tutti, spazzano la polvere e ricominciano dal basso, linguaggio compreso, per riconquistare i voti dei derubati compagni di partito. Un solo chiaro punto nel programma, una cosa nuova: Padania ripulita, libera e indipendente. Cosa non si dice pur di raccattare i voti degli scontenti.

Nel PDL è il caos. Silvio si ricandida, no ci ripensa, ora si scusa, ora sostiene Alfano, ora lo condannano per evasione fiscale, ora legge i sondaggi e poi il Giornale, ora affossa Alfano, ora cambia il nome al partito, ora sente Ferrara, ora fonda un altro partito, ora tasta la Santanché, ora gli manca la gnocca fresca. Tra indagati e condannati, filo camorristi, filo ndranghetisti, filo mafiosi, imprenditori e professionisti evasori, ciellini e piduisti, manca un po’ di lucidità. I giovani Alfano e Meloni aspettano rispettosamente il proprio turno (ma la Minetti, la Carfagna, la Brambilla e tutte le altre?); Galan è pronto se lo chiamano; Capezzone è scomparso; la Santanché e Alemanno vogliono le primarie alle quali si candidano insieme ad altre decine di improponibili; Letta, la Chiesa e le Mafie si preoccupano; Albertini avanza ma Formigoni sculettando chiede spazio e non ci sta. Programma elettorale: maaaaa tagliamo le tasse, abbassiamo la pressione fiscale, riforma della giustizia, il ponte sullo stretto e le altre grandi opere da affidare agli amici. Le mafie si tranquillizzano ma non si fidano più di tanto.

Poi, oltre tutto e tutti, ci stanno i Radicali. Lotta continua per la giustizia e la trasparenza; il taglio degli sprechi; la liberazione dei carcerati, come se non ce ne fossero già abbastanza a piede libero. Insomma una rosa nel pugno per una vita un tantino più vivibile se non proprio epicurea. Con La Bonino come esempio e Pannella come clown, possono essere una scelta valida. Inutile ma valida.

Ah, che grande spettacolo le elezioni. Non sapremmo cosa fare se non ci fossero. Lavorare non lavoriamo ma almeno sappiamo chi mandiamo a decidere del nostro futuro. Cioè, in realtà non decidiamo neanche quello. Ma allora che votiamo a fare? Bé, per divertirci in attesa di vederli nel confessionale e stabilire col televoto chi e quando mandare a casa.

Massimo Murru

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