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ROMA(nzo) CRIMINALE

Cronaca, Televisione — By Massimo on ottobre 8, 2012 at 14:28
 

Se ne stava rannicchiato fra due auto in sosta e aspettava il prossimo colpo cercando di coprirsi il volto.”

compra il libroCon queste parole, nell’ormai lontano 2002, cominciava una narrazione che, grazie a un magistrato, sarebbe divenuta per tutti ben più di un Romanzo Criminale.

Giancarlo DeCataldo, magistrato e autore a 360°, ispirandosi agli accadimenti intorno alla Banda della Magliana, imbastisce un racconto intrigante ed appassionante che confonde ad arte fiction e realtà.

Cattleya (e stranamente non Fandango) acquista i diritti e nel 2005 Placido ne fa un film (8 David di Donatello, 5 Nastri d’argento, 2 IOMA e 2 Swann d’oro) a seguire, nel 2008, Sollima termina la direzione della prima delle due serie TV ispirate a quel romanzo (4 premi al Roma Fiction Fest tra il 2009 e il 2011).

E poi community, libri sulla banda, fanpages, fenomeni di rimediazione su youtube, esplosione di downloads per le puntate di Blunotte, il documentario in 4 parti di History channel e la puntata di la Storia siamo noi riguardanti la Banda e addirittura una puntata di Chi l’ha visto ad oggetto Enrico Renatino DePedis e la povera Emanuela Orlandi.

Se fosse stato tutto preordinato e pianificato avremmo potuto parlare del primo caso italiano di eccellenza cross mediale da far concorrenza al J.J. Abrahms di LOST e al Wells de La Guerra dei mondi. E a quelli sarebbe potuto essere perfino superiore.

Ma, noi siamo italiani in Italia e al massimo riusciamo a produrre delle piccole eccellenze artigianali improvvisate, progetti a breve termine con un seguito se e solo se possono sfruttare il successo di progetti che un successo (soprattutto economico) l’abbiano già riscosso. Saremo pure un popolo di scommettitori ma di cultura del rischio, alla base di una cultura d’impresa e d’investimento, niente.

il filmQuesto senza nulla togliere ad un grande DeCataldo; a Placido e Sollima; a tutti gli attori scesi in scena e ai relativi cast tecnici con Cattleya e SkyCinema per quella ch’è la migliore serie mai prodotta in Italia, forse con potenzialità tali da superare anche La Piovra.  Tanto che a guardarla, per come siamo abituati, ci si chiede se sia effettivamente un prodotto made in Italy. La creatività non c’è mai mancata, lo sappiamo, ma vederla anche in Tv, dove di solito imperano prodotti americani o al massimo inglesi, e per giunta associata alla qualità, questa sì è una novità.

Gli ingredienti per il successo c’erano tutti.

Un autore intelligente; una storia vera che s’intreccia con fatti misteriosi lungo vent’anni di storia d’Italia; la sete curiosa di risposte ad alcuni tra i più grandi misteri dello stragismo e della collusione tra Politica Servizi e Mafie.

Matematico l’effetto tra i telespettatori. Al target più lobotomizzato scatta il meccanismo emulativo tipico dei fan, che per altro non cercano altrove la verità che nasce e muore all’interno della storia per svilupparsi nei molteplici moderni slanci di rimediazione.

Al target più curioso ed esigente scatta l’esigenza di informarsi sulla vera banda della Magliana, sulle corrispondenze e le differenze tra fiction e realtà. E là, salta fuori ancora meglio il mestiere dei cosceneggiatori insieme a DeCataldo, i quali hanno saputo intrecciare al punto da suscitare dubbi e creare personaggi, fondendo i caratteri e distorcendo le azioni dei diversi uomini realmente protagonisti di quei fatti.

compra la seriePoi c’è chi va oltre il comprensibile dilagare in Tv e sugli altri Media di un rinnovato interesse sul Libanese/Giuseppucci e su Er Freddo/Abbatino, su Dandy/Depedis e il loro esser gangster affascinanti e pittoreschi (oltreché coattoni bulli di quartiere). Si può andare oltre un sottobosco di officine, carrozzerie, ippodromi, tatuaggi, bar di quartiere, birra e biliardi, bische, armi e droga, auto sportive e moto di grossa cilindrata, abiti firmati e catenine d’oro.

Si può guardare oltre i rapporti stretti, in passato, tra il testaccino Abbruciati/Nembo Kid, la Milano da bere, il Clan dei marsigliesi e la mafia siciliana i cui soldi/affari eran gestiti a Roma da Zio Carlo/Calò.

Perché fermarsi ai rapporti stretti tra il sardo/Nicolino Selis, 30denari/il Vesuviano Sicilia e la Nuova Camorra Organizzata di Don Mimmo Raffaé Cutolo?

C’è una fascia di telespettatori e lettori che si domanda per quale motivo ci si debba limitare a quanto già è noto dagli atti giudiziari e perché invece non si approfondisca il resto. Certo, è vero che indagare su certe cose non è facile o è pericoloso, quanto meno andando incontro a querele.

Ma possibile che non si possa vedere il TV un reportage tratto dagli articoli di cronaca degli ultimi trent’anni? I libri ce li scrivono. Per esempio sui rapporti della Banda e delle Mafie e dei loro soldi con il Vaticano. Vogliamo frugare un po’ su Ior e l’americano Marcinkus? Per esempio, chi negli States ha spinto perché questi arrivasse in Italia e finisse a dirigere un istituto che investiva fondi di provenienza ignota in banche che non dovevano sbagliare i reinvestimenti (Sindona e Calvi) e di cui non si poteva parlare (Pecorelli)? E chi in Italia aveva interesse a lasciar fare o assecondare?

Quale parte ha avuto la politica nazionale e romana in quegli affari? Quali i nomi? E quali nomi del mondo imprenditoriale capitolino si sono arricchiti dalla fine degli anni ’70 ad oggi? Solo bravura e talento e fiuto e capacità di rischiare?

Perché in Tv si parla de il Nero/Carminati ma non si parla dei rapporti tra quel che resta dei NAR e la famiglia Ciarrapico? Ci si chiede come ha fatto i soldi Silvio ma come li ha fatti il suocero del divorziato e risposato Casini, quel tale Caltagirone palazzinaro ed editore i cui ascendenti fecero i primi soldi a Palermo ai primi dell’ottocento col mattone? E il cugino di questo, coinvolto con Scajola in loschi affari con gestione dei servizi idrici e altri appalti, indagato per associazione e delinquere? E chi è Riccardo Mancini, vicino ad Avanguardia Nazionale e uomo chiave di Alemanno, alla guida di EUR spa, allunga tangenti e intrallazza con Finmeccanica, che oltre al resto produce armi? E perché non approfondire, come fece Report, sul business dei rifiuti a Roma? C’è qualche relazione tra Manlio Cerroni e la gestione dei rifiuti della Camorra? Il gestore di Malagrotta a Roma, coinvolto nello scandalo seguito all’inchiesta di Report su Rai3, possiede impianti di smaltimento rifiuti in tutto il mondo. In Puglia ma anche in Norvegia, Australia, Brasile, Francia e Romania. E, a proposito di business dei rifiuti, Massimo Ciancimino, recente accusatore di Silvio, anche lui ha un traffico di Monnezza che da tutt’Europa porta in Romania ma è pure indagato a Roma per riciclaggio.

Storie di palazzinari, rifiuti, polvere e riciclaggio. E poi ci sono sempre stati i Servizi Deviati e i faccendieri, come Flavio Carboni. Altro sardo coinvolto in numerosi misteri della più oscura storia d’Italia. Carboni, dipendente pubblico con conoscenze in politica e tra gli alti prelati, anche lui in lista pubblica P2, anche lui nato negli anni ’30, anche lui investitore sul mattone; negli anni ’80 aveva una villa in zona colli Portuensi protetta con uomini armati e dai cancelli della quale si poteva osservare un via vai di auto blu. Che ci faceva? Perché tanto bisogno di protezione?

E anche Carboni, aveva rapporti con un personaggio che ritorna continuamente nelle storie del malaffare romano di cui non si sente approfondire abbastanza in TV.

Un personaggio accusato di esser il cassiere della Banda della Magliana. Uno che ha iniziato il suo percorso nella mala, ricevendo i suoi “clienti” dentro una banca (in orario di chiusura) a Centocelle (in via dei Castani). “Offriva aiuto” a imprenditori e famiglie in difficoltà (che lui stesso metteva in difficoltà), “Vendendo” loro soldi a strozzo. Uno che s’era appropriato di terreni e attività in tutta Roma, non ultima la villa con parco ch’era stata della Chiesa e che oggi, sottrattagli dai giudici, è divenuta la Casa del jazz. Uno che gestiva mille incontri e attività dal centro territoriale del suo impero, quell’Eurocar sulla Tuscolana, sottrattagli anch’essa dai giudici e oggi sede della Città dei mestieri e delle professioni. Eurocar che formalmente vendeva e noleggiava auto sportive e di lusso che arrivavano dall’estero, non sempre vuote. Eurocar, dove per più di un decennio sono stati avvistati boss e faccendieri da riempirci un album delle figurine buono per la questura. Eurocar dove in diverse occasioni è stato fotografato anche il segretario di Andreotti che giungeva in auto blu. Un uomo di nome Nicoletti che ha fatto fruttare soldi sporchi perfino nella costruzione dell’Università di TorVergata.

Quell’Enrico Nicoletti, rappresentato da DeCataldo col personaggio d’Er Secco. Quest’ultimo e il figlio, Tony Meraviglia, continuano da Roma sud (dalla casa di via di Valle Alessandra 46) a gestire quel che resta dei fondi della Banda (3000 miliardi di lire all’ultima stima processuale) tenendo i rapporti con Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta di cui son servitori e si servono anche grazie al braccio armato nero e a quello dei Casamonica, dei quali, per altro, Er Secco s’è sempre servito per il suo business d’origine: il recupero crediti nell’ambito dello strozzinaggio. Business che, con le compravendite immobiliari e la bancarotta fraudolenta,  lo ha portato negli anni a raddoppiare rapidamente i capitali, suoi (da ex carabiniere del frusinate) e di chi a lui li affidava e continua a farlo.

Parafrasando il direttore dei Servizi deviati, rappresentati nella serie Tv Romanzo Criminale, c’è chi la verità non ha bisogno di nasconderla perché ha il potere di crearla. Magari facendo in modo che si guardi altrove, che si concentri l’attenzione su qualcosa di poco importante. E forse, chissà, mi piace pensare che DeCataldo, da autore magistrato, in anni in cui pare essersi riaccesa la lotta tra batterie e cosche sulle strade, scrivendo dal romanzo fino alla serie, abbia sì narrato una storia intrigante ma anche voluto portare l’attenzione mediatica a puntare un faretto su personaggi che normalmente la sfuggono. E su uno in particolare.

D’ora in poi tutti a stipendio fisso e il resto gestito dar Secco.” (Libanese)

  Massimo Murru  

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