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THE HELP

Cinema, Primo Piano — By Massimo on luglio 9, 2012 at 17:04

 

“Skeeter, spero tu scriva una cosa in cui credi. Una cosa bella”

Perché si scrive un libro? Per un’esigenza, una necessità. Per alcuni scrivere è un mestiere che può sfamare una famiglia; per altri è un’idea, spesso distorta, di notorietà, divertimento creativo, piacevole modo di trascorrere il tempo con l’illusione di produrre qualcosa di artistico e intellettuale, utile e intelligente, profondo ma anche ironico, che possa essere un’opera notevole per la quale essere ricordati; per altri ancora è semplicemente e talvolta faticosamente, un richiamo cui non si può sottrarsi. In alcuni remoti casi, tutte le cose insieme.

“chi scrive libri lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo” K.Kraus

Un richiamo dunque. Ma verso cosa?

E il lavoro? Cos’è il lavoro?

Per alcuni un mestiere che può sfamare una famiglia; per altri il miraggio di una sedia offerta da qualcuno tenuto a farlo, su cui sedersi a giocare al più divertente dei giuochi; per altri ancora è semplicemente e talvolta faticosamente, un richiamo cui non si può sottrarsi.

Strane coincidenze, ma d’altra parte, si potrebbe ricrearle praticamente per qualunque attività. Lo scrivere, come il lavorare (in quanto genere di cui la prima attività non è altro che specie ricompresa), ha il dono di conferire dignità, fierezza e orgoglio, quantomeno in coloro che quella attività la svolgono (e a prescindere da come la svolgono).

Ci sono casi, però, in cui scrivere e, più in generale, lavorare, non riescono, non riescono più e forse non sono mai riusciti a soddisfare questo principio, anch’esso riconosciuto nelle carte dei Diritti di mezzo mondo.

Ci sono casi in cui il lavoratore e prima ancora l’essere umano non vedono riconosciuto il proprio valore e men che meno quello della propria attività. Non riconosciuto dalla società che da sempre si serve di quegli uomini e donne e del loro lavoro e che reputa doveroso e naturale che le cose stiano così per diritto divino. Società convinta che così  certe cose debbano rimanere sempre. Ci sono casi in cui ci vorrebbe un aiuto e casi in cui potrebbe non bastare.

Ora, essere donne, essere nere e lavorare a servizio, in un mondo equo, non dovrebbe rappresentare niente altro che una specificazione, financo superflua. Eppure, se quelle ex schiave negre, poi casalinghe poco retribuite, nascevano e nascono in luoghi della terra in cui altri uomini e altre donne hanno saccheggiato dignità e diritti ergendosi a naturali prevaricatori; genti d’alto lignaggio che non posson mischiarsi con sporchi e inferiori, certo malati e contagiosi, animali che non posson considerarsi umani per il sol fatto di aver imparato a drizzare la schiena dai campi; beh allora le cose cambiano.

Se quelle donne sono nate in Mississippi e ancora ci vivevano tra gli anni 50 e i 60’, beh, si può scommettere che ad ogni alba lasciassero i ghetti poveri dove dormivano per raggiungere le case che pulivano; i bambini che crescevano; i padroni per cui cucinavano e che servivano fino a ben oltre il tramonto, quando i mariti bianchi rincasavano, magari dopo aver fatto visita alla propria amante, magari nera, dopo il proprio lavoro (quello socialmente riconosciuto come tale).

Donne che han consentito a quelle famiglie di fare la vita agiata e socialmente superiore che generazioni di iniquità gli avevano consegnato e che anche il loro atteggiamento passivo contribuiva a perpetUare.

“Talvolta, il coraggio salta una generazione”

Lavorare da mattina a sera, a vantaggio di coloro che non ti rispettano come essere umano e che non riconoscono il valore del tuo continuo operato; continuare, generazione dopo generazione, a crescere figli che salvo rari casi non si comporteranno diversamente dai loro genitori, specie se anche questi sono ancora bambini.

Nessuna dignità se non davanti a se stessi, nessun orgoglio se non quello della consapevolezza di essere indispensabili come classe alla sopravvivenza di una società che continuerà a tenerti nella polvere. Nessuna fierezza se non in due saporitissime fette di merda. Iniquità e ingiustizia da far tremare i polsi e le labbra.

“Queste cose succedono quando le bambine si mettono a fare bambini”

Come cambiare le cose? Da dove può arrivare un valido aiuto? E ritorniamo al principio. Un richiamo. Ma verso cosa? Ora la risposta è automatica, solo apparentemente indotta.

Un richiamo irresistibile verso la giustizia sociale; verso un barlume, uno spiraglio di verità palesata. Un apporto anche piccolo verso una grande causa. Un aiuto, anche piccolo, anche breve ed effimero forse, al cambiamento dello status quo. Un sostegno anche piccolo a portare la croce, e magari bruciarla senza che in giardino te la brucino strani ometti buffi incappucciati e di bianco vestiti. Un aiuto all’oppresso affinché si riprenda il rispetto dell’oppressore. Un aiuto.

THE HELP, appunto. Un gran bel film, per contenuti, per sceneggiatura, per messa in scena, tecnica narrativa e montaggio, per fotografia e costumi, per recitazione e tanto altro ancora. Da non perdere.

“Tu sei brava, tu sei carina, tu sei importante”.

Sono forse, le poche parole, sentitamente pronunciate, di cui una bambina ha sempre bisogno per star bene, per sentirsi amata. Non che un bambino abbia bisogno d’altro.

 

Massimo Murru 

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1 commento

  1. Maurizio scrive:

    Gran bel film! Due ore e mezza di filmone che scorrono e appassionano, pari alla maestria dell’Anima…

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