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AMORE LIQUIDO

Cinema — By Massimo on aprile 6, 2012 at 00:30


Questo è uno di quei film che ancora si fanno per riflettere insieme e per raccontare una realtà senza la necessità di far ridere a tutti i costi e senza l’assillo del ritmo cadenzato delle sceneggiature industriali. Non è in 3d, non si spreca in inutili ammiccanti dialoghi, non c’è una colonna sonora avvolgente e talvolta non c’è manco la musica. Insomma è un film. E aggiungerei, un bel film.

Il primo lungometraggio del classe 77’ Marco Luca Cattaneo, è stato prodotto nel 2008 e nel frattempo ha raccolto consensi e premi ovunque sia stato visto. E, per inciso, è stato prodotto con il solo finanziamento di 20 mila euro provenienti da privati.

Il film, come il titolo suggerisce, s’ispira alle teorie del sociologo polacco Zygmunt Bauman sulla società liquida come effetto del consumismo postmoderno che produce incertezza , fragilità, precarietà di legami e in sostanza …rifiuti umani. Non a caso il film racconta una storia il cui protagonista è un netturbino, immerso e smarrito nella sua solitudine, cullato da rapporti virtuali su internet ed afflitto da una porno dipendenza che non fa che aggravare il suo disturbato e timoroso approccio ai rapporti umani.

Tutto sommato un essere umano, figlio del mondo in cui vive, nel quale non ha modo di integrarsi del tutto. Stefano Fregni, premiato per questa sua interpretazione come miglior attore in diversi festival di cinema indipendente, interpreta un personaggio bruttarello e corpulento, apparentemente freddo e distaccato, disinteressato e disturbato, non veste elegantemente ed è privo del benché minimo senso estetico ma è buono e generoso, come un adolescente di quarant’anni che non trova un suo ruolo nella vita sociale. Uno che non ce la fa. Come tanti. Ma come se tutto questo non bastasse, Mario vive con la madre malata di cui si occupa con responsabilità ma senza troppo affetto di cui sembra incapace quasi con chiunque.


Eppure un giorno fa capitare l’incontro, non proprio normale ed anzi frutto delle sue manie, con Agatha e la figlia Viola. Lentamente sembra riuscire ad aprirsi ad un rapporto vero, sembra mettercela tutta per trasformarlo da gioco leggero morboso e disimpegnato in relazione vera e impegnativa. Sembra perfino trovarcisi, per quanto trovo assurdo che una ragazza come Agatha, bella e coi suoi problemi, sia in qualche modo attratta da un outsider come Mario se non per disperazione e per la necessità, pure per lei, di uscire da una solitudine reale che sappia andare oltre la superficialità dell’immagine e dell’apparente, caratteristica di una società consumistica. Per incanto le cose sembrano andare e si arriva addirittura a programmare qualcosa che prelude ad una relazione solida e duratura. Riusciranno i nostri eroi a superare le difficoltà di un mondo in cui le paure e le incertezze frenano e crogiolano in un presente che prepara un futuro di disperati rimpianti?


Sull’argomento della società liquida e della Precarietà vissuta come limite ma anche come vile giustificazione alle proprie paure (prima fra tutte quella di crescere), già si erano visti film come Riprendimi di Anna Negri e Shame di S.McQueen, entrambi molto ben riusciti ma con budget certo superiori ai 20 mila euro dell’esordiente Cattaneo.

 

Perché vederlo? Per riflettere su come viviamo e su cosa stiamo diventando. Un mondo di solitudini che non vogliono più incontrarsi se non per brevi istanti e per poi perdersi di vista, senza la possibilità e la volontà di costruire qualcosa di duraturo insieme sebbene nella sempre maggiore necessità di condividere la propria esistenza con qualcuno che sia però solo la nostra virtuale rappresentazione e nella quale poter sciogliere la realtà da rifiutare . E se questo fa il benessere degli psicanalisti certo non aiuta l’uomo a crescere.

 

Massimo Murru


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