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IL TEMPO DI CHEYENNE

Cinema — By Massimo on ottobre 19, 2011 at 16:05

 

“Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico…”

E se a dirlo è un uomo un po’ bambino, un ex parolaio vate della depressione, che rifiuta la qualifica d’artista per sé, sentendosi incapace di realizzare anche solo una delle idee che la sua mente partorisce (se … la sua mente ne partorisse), bè allora è possibile fare un film sulla crescita, sull’andare avanti, l’andare oltre, sull’incedere inarrestabile del tempo e sul modo in cui lo si vive.

Il tempo è l’unico bene davvero prezioso, quanto limitato, forse per questo è il tempo, a conquistare. Ogni cosa. Con la perseveranza, l’assedio, la pazienza, la costanza, la coerenza. Il tempo solo dà segno d’irriducibilità e di gloria, il tempo rende leggenda la storia e amore un incontro di vite. L’amorevolezza di cui è pregna la quotidianità, di una madre vedova di guerra per il proprio figlio, bisognoso di un padre; di una coppia per le reciproche necessità; le abitudini, la cura per i dettagli, l’attenzione per l’esigenze altrui (quali che siano), il rispetto, l’ingenua onestà, l’agire disinteressato, la riconoscenza.

Ma anche del vero dolore e della sofferenza, sa dare un’idea il tempo, che trasforma la mancanza di pace in supplizio continuo e duraturo. Che si pensi al figlio scomparso che non torna o guardandone la madre che ogni giorno l’aspetta; che si guardi la figlia che ogni giorno ha cura di quella stessa madre, sperando nelle supposte proprietà lenitive del trascorrere delle ore, dei giorni, degli anni, all’inferno, per sempre, come il cuore del cantante che vede morire i suoi fans che ne seguirono il messaggio, neanche troppo convinto, per quanto remunerativo.

-   Ma a quanto stanno oggi, le azioni della Tesco?

Una macchina da presa al servizio della storia, quella di Paolo “magic” Sorrentino, come in tutti i suoi film. Dai primi piani sulle espressioni di attori perfetti nell’interpretazione trasfigurata di macchiette bizzarre della provincia americana. Oltre il luogo comune, nel profondo che mostra la conoscenza di un’umanità con le proprie caratteristiche e le mille minuziose prismatiche sfaccettature, che le si voglia chiamar difetti non è rilevante perché non si può provar per loro meno che affetto. Per ciascuno di loro. Nessuno escluso.

Il tempo dilatato di ogni scena, curata nel dettaglio con l’amore e il gusto estetico di un amanuense miniaturista del medioevo europeo. Tempi andati. Il tempo necessario ai personaggi per vivere, o per affrontare e superare i propri problemi, i propri demoni, i propri olocausti, i propri e gli altrui inferni.

Eppure, col tempo, s’impara che “La vita è piena di cose bellissime”.

Col tempo necessario per crescere, per ascoltare se stessi e gli altri, anche quando lo eviteresti volentieri. Per capire, per vedere cose nuove, che siano progetti, persone, auto in preda all’autocombustione o bisonti bianchi a un palmo dal naso (manco fossero i tempi di Bronson in “Sfida a White Buffalo” o di Nuti in “Tutta colpa del paradiso”)

“…A pensarci bene, ultimamente mi capitano molte cose rare…”

Un film di viaggio in compagnia del tempo. Una nuova “straight story” di lynchiana memoria, a sfiorare e carezzare la solitudine esistenziale; a dar sollievo alla tristezza, incompatibile con altre tristezze forse ma che spesso spinge a fingere, ad omettere, a mentire, agli altri e a se stessi, per costruire e rendere credibile il proprio sogno. Il sogno di una vita degna di esser stata vissuta.

Già, perché “Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo “farò così” a quella in cui diremo “è andata così””.

Un viaggio nel passato, nel tempo quindi, per scoprire e ricordare, per perdonare, forse anche a se stessi, o per vendicare.

“Che genere di arma desidera?”
“Una che fa male!”
“È capitato nel posto giusto!”

Perché nel tempo,”la solitudine è il luogo dei risentimenti

Un Montaggio che al tempo rende omaggio, divertendo lo spettatore e alleggerendo in parte le tensioni, oltre a dare il ritmo giusto a questo viaggio, che pur lento, nel tempo di cui ha bisogno, non annoia mai.

 

Scene come quella del concerto, come il thè nella casa delle bambole, la partita di pelota, la partita di ping pong, l’incontro coi Pezzi di merda e la missione per unire due vite tristi, così come tante tante altre … o come la camminata e la risata di Cheyenne, il suo sbuffo per scostare il ciuffo di capelli dalla fronte, sono già storia del cinema. Eppure in Italia si continua ad osannare altri, presuntuosi seppur bravi quanto suscettibili, come Moretti e Bellocchio, forse perché politicizzati, forse no. Eppure il talento visionario dei giovani registi, col coraggio dell’antipatia per i media e per i luoghi comuni, viene sacrificato in nome della commedia (“di cui è sempre tempo”) o del dramma ordinario. Arriverà il tempo della crescita, anche intellettuale, per questo Paese?

Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato…”

 

 

 

 

 

 

 

 

Massimo Murru

 

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7 commenti

  1. maurizio scrive:

    mi hai fregato il pezzo :-(

  2. Massimo scrive:

    e tu facci un bel commento :-)
    Come diceva quello…Chi prima arriva, prima è lì.

    Qua sembra che ci dimentichiamo che ci sono film e film, e questi sono i miei film ;-)
    Hai fatto un ottimo lavoro col Cigno Nero, Federico un ottimo lavoro con Malick, però non esageriamo :-)
    HAahahahahahahaha

  3. maurizio scrive:

    ..la dice lunga il fatto che è da tempo che un film non ci emozionava in questo modo e che sia venuta anche a me la voglia di scrivere una recensione e…..sono i tuoi film quando ne realizzerai qualcuno :-D
    ci saranno così tanti film, come affermi tu, ma se nessuno entusiasma tanto da scriverci un pezzo bé, qualcosa vorrà dire…
    P.S. Che vuoi dire con….”non esageriamo”?! :-P

  4. Massimo scrive:

    Vuol dire che sui miei film :-) mi aspetto un tuo commento più articolato di questo :-)
    Dai dai dai. Tira fuori le emozioni che ti ha suscitato; scrivi della scena che più ti ha entusiasmato e perché, e di quali aspetti tecnici ti hanno colpito… ;-)

  5. Enrica scrive:

    Un film che mi è piaciuto davvero, dalla musica alla fotografia e soprattutto il grandissimo Sean Penn, che una volta ancora non mi delude!!
    Un film che dice tante cose ma non dice tutto e ti lascia pensare…uno dei pochi film che rivdrei una seconda volta! ;)

  6. Massimo scrive:

    Grazie per il tuo commento Enrihetta andalusa,
    e torna presto a trovarci :-)

  7. valentina scrive:

    mi inserisco in questa sfilza di elogi al bel film di Sorrentino per fare un po’ il bastian contrario…
    Grande Sean Penn, ovviamente, chi potrebbe mai negarlo, ma perchè mai alla fine del film, quando finalmente riesce a dipanare la matassa del suo conflitto interiore, dovrebbe tornare alla cosiddetta “normalità”? A me piaceva com’era: buffo, alternativo, anticonformista, straordinario nel vero senso della parola, cioè fuori dall’ordinario. Invece Sorrentino sembra dirci che quello spettacolo di umanità non era il vero Cheyenne ma solo la sua versione infantile e immatura…ma perchè mai? maturità significa forse vestirsi in modo ordinario, pettinarsi in modo ordinario, uniformarsi alla massa? che banalità! Io da questo splendido film leverei tutto il finale!!!

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