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L’ANIMA NEL GHIACCIO

Primo Piano, Viaggi — By Elisabetta on luglio 13, 2011 at 17:26

 

Scrivere di Copenaghen come fossi danese, come se avessi vissuto lì fin dai primi giorni della mia vita, come se la città e la sua aria cristallina mi appartenessero, come se avessi visto susseguirsi stagioni una dopo l’altra, riflesse sopra le acque di una città che vibra. Ma, non sono nata a Copenaghen.

L’ho scelta fra le tante mete possibili, tra cento e più opzioni. Parti per un’esperienza all’estero durante l’inverno e la tua scelta – se non rientri in nessuna categoria umana descrivibile come “normale” – non può che essere una meta nordica … anzi, baltica.

Ebbene, non starò qui a far l’elogio di Copenaghen – città delle biciclette – né tantomeno farò citazioni sullo sguardo melanconico della Sirenetta che rimira l’infinito ancora in attesa del suo principe. Andersen ha già dato la sua dose di romantico sentimentalismo. Copenaghen è vita, esuberanza, è rigida frivolezza mascherata da neonato “punk-a-bestia”, eleganza e assoluta nobiltà … ma quello di cui vi tesserò le maggiori lodi è la luce che illumina la città: i colori sono fonte naturale di gioia, e vi dirò che anche il ghiaccio di Gennaio ha il suo fascino, la sua poesia.

Non avevo mai visto così tanta pazza gente attraversare il canale ghiacciato con pattini e biciclette chiodate. Ma è questo il bello, i danesi non hanno limiti, non hanno inibizioni. Pensare una cosa equivale a farla, come lasciare i neonati tumulati sotto strati di piuma d’oca nei loro supertecnologici passeggini, parcheggiati fuori, certo, come i nostri amici più fedeli. Solo che i neonati non guaiscono, anzi si godono l’addiaccio dei -10°, mentre mamma e papà (che non arriveranno ai 27 anni) sorseggiano felici una bella birra dentro al localino trendy, ricordandosi ogni tanto di lanciare una rapida occhiata al pargolo lasciato fuori. Beh, invece del fosteriano “Camera con vista” vien da pensare a “Birra con (s)vista”!

Il fascino di questa piccola città, capitale dell’eleganza e del design, della moda più alternativa e dal costo della vita più alto d’Europa (dopo Oslo, naturalmente), risiede tutto nei dettagli. I dettagli di Copenaghen sono fini ed acuti,  catturano l’occhio delle anime più sensibili – tra cui mi piace annoverarmi – lasciano sensazioni indelebili nella retina e nel cuore. Ogni particolare è curato con precisione certosina, dalla luce che illumina la strada, al materiale con cui viene costruito anche l’ultimo degli edifici sul canale, che deve riflettere e ri-trasmettere i giochi di luce dell’acqua che attraversa la città; dalla vetrina del negozio di design, al bar che fa il brunch con innumerevoli leccornie.

La bellezza risiede nel respiro che gli edifici emettono uno sull’altro. In primis mi salta alla mente la città universitaria di “Amager”, che rivela un  rispetto degli spazi prossemici sempre unito alla trasparenza: chi è all’interno è indotto ad alzare lo sguardo, a proiettarsi verso l’esterno, a dialogare con l’ambiente prospettico. Ecco perché l’interno delle facoltà sembra costruito in sospensione, quasi a-gravitazionale.

Ricorda a coloro che son dentro la struttura, l’obbligo di tenersi sempre sospesi sulla vita. Lo stesso vale per il “Diamante Nero”, moderno prolungamento dell’antica “Biblioteca Reale” che è ancora lì, intatta, raggiungibile dall’interno di quella nuova, attraverso scale di marmo.

Il “Diamante Nero” è a tutti gli effetti una Biblioteca, un Centro Studi, uno spazio dove entrare e lasciarsi coinvolgere. Sì, perché, parliamoci chiaro: se fuori fa molto freddo, è l’interno – lo spazio interno – a dover richiamare la gente per farla sentire avvolta.

Auditorium, ristorante, concerti, dibattiti, bar e caffetteria, sale lettura aperte fino a tardi … tutto ruota intorno alla mente della persona, in quanto potenziale plusvalore della società. Questa è la cosa incredibile che si percepisce.

Non lo dico perché ho visto tutto il visibile della città, senza escludere la bellissima “Operaen” in zona “Holmen” e il “Kongelinge Theater”- anch’esso – nero all’esterno e all’interno, con un coreografico ponte in legno che in varie occasioni mi ha abbracciato in lunghi monologhi introspettivi.

Ho sperimentato questa città. L’ho vissuta in tutte le ore del giorno e della notte. E’ un luogo che richiama dal profondo della mia anima la voce più intima.

Una città fatta di silenzi profondissimi, e di maree del pensiero … dove ogni onda si infrange contro il muro che ognuno di noi costruisce intorno a sé, e dove anche i danesi hanno eretto il loro, sicuramente più alto e robusto del nostro ma … in accordo con le loro abitudini – finestre senza tende, aree di silenzio dentro i treni della metro – di certo caratterizzanti l’unicità di questo popolo, definito come il “popolo più felice d’Europa” ma anche come quello più “addicted” agli antidepressivi.

“Christiania” val bene una messa! Forse per chi non segue la filosofia un po’ hippie degli squatters (che nel 1970 occuparono l’area dandole poi il nome del più famoso regnante danese), la felicità non è raccolta in cimette di “cannabis” – devotamente venduta in dosi preconfezionate e attentamente pesata da omoni somiglianti ad Obelix – bensì nei molto più normali ansiolitici e antidepressivi di fattura internazionale.

Al termine dell’infinito papiello sottolineo che, sebbene l’etnia sia direttamente discendente dal ceppo dei vichinghi più belli e affascinanti dell’intero Baltico, e nonostante il genere femminile sia stato dotato di una bellezza che supera quella delle Valchirie, la freddezza della stirpe di Odino è inenarrabile: assolutamente privi di “savoir faire” e abituati a non percepire la prossemica come qualcosa di concreto, uomini e donne avvertono il prossimo – specie se al di sotto di un metro e ottantacinque di statura – come un ostacolo da abbattere con spallate e spintoni a mano aperta. Non usi allo scusarsi, diventano vagamente socievoli dopo una decina di birre e qualche pacchetto di sigarette.

Copenaghen va vista. Va assaporata nelle ore più disparate, e va amata anche nelle sue spigolosità.

La bicicletta a Roma rimarrà un’Utopia, chissà però … se le “silent area” arriveranno un giorno nelle nostre metropolitane … Continuo a sperare

 

Elisabetta Mindopi

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